Commento alle letture: VI DOMENICA DI PASQUA -B- (13-05-2012)
a cura di P. Luigi Consonni
1a lettura (At 10,25-27.34-35.44-48)
Con l’entrata di Pietro nella casa del pagano Cornelio – centurione romano – “uomo giusto e timorato di Dio, stimato da tutta la nazione dei Giudei” (At 10,22), inizia il processo di apertura del cristianesimo ai pagani. Per i primi discepoli era impensabile che un pagano potesse aderire a Cristo se prima, con la circoncisione, non avesse accettato la legge mosaica.
Il capitolo del presente testo descrive l’incontro con Pietro su richiesta dello stesso Cornelio, dopo la singolare visione, affinché interpreti il suo significato. Pietro è ricevuto con grande attenzione “gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio” al punto che lo stesso discepolo lo rialzò dicendo: “Alzati: sono solo un uomo!”, infatti tale manifestazione, tradizionalmente, spettava solo alla divinità.
Dopo aver preso conoscenza del fatto, Pietro afferma “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone (…)”. Era tutto il contrario del comportamento dei giudei rispetto agli altri popoli. Per loro l’umanità era divisa in due gruppi: loro e gli altri. Evidentemente la salvezza spettava a loro; gli altri potevano accedere alla stessa solo attraverso la conversione alla legge di Mosè di cui, la circoncisione, era il segno esteriore.
“…ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”. Già Gesù si era comportato allo stesso modo nei riguardi di un altro centurione romano – il cui servo era gravemente ammalato – del quale ammirò una consistenza della fede che mai aveva incontrato in Israele. Evidentemente, in quell’occasione, Pietro non aveva compreso la portata dell’evento, pur avendo accompagnato così da vicino Gesù.
Infatti, solo adesso – dopo la morte e risurrezione di Gesù e l’invio dello Spirito Santo – sta rendendosene conto. Il corso storico, il farsi degli eventi in esso, sono ambiti che danno la possibilità di sorprendersi per la portata e l’azione di Dio, che spinge l’umanità nel mistero d’amore manifestato con l’evento di Gesù Cristo.
Quest’indicazione è molto importante per l’attualità. La rapida successione degli eventi, il continuo evolversi dei criteri di giudizio e dei comportamenti, esige molta attenzione e discernimento alla luce del significato e della finalità della missione di Gesù. Perciò la fedeltà alla tradizione – aspetto importante della correttezza dell’azione pastorale – non è semplice ripetizione ma, soprattutto, creatività e sintesi di nuove e audaci risposte.
Infatti, “Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola”. La Parola e lo Spirito sono le due mani dell’agire di Dio nella persona; essa che apre la mente e il cuore alla comprensione dell’evento di cui si è partecipi. Cosicché “i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani fosse effuso il dono dello Spirito Santo”.
Essi, infatti, compresero le nuove possibilità di comunione e fraternità, vissute per la fede nell’unico Dio, con persone collocate in situazioni e contesti tali che mai avrebbero pensato che fosse potuto accadere. E’ pur vero che Cornelio non era una persona qualsiasi, ma uomo giusto, retto, timorato di Dio e stimato per il suo comportamento. Continua a leggere
Commento alle letture: V DOMENICA DI PASQUA -B- (06-05-12)
a cura di P. Luigi Consonni
1a lettura (At 9,26-31)
Il testo racconta l’arrivo a Gerusalemme di Paolo, dopo la conversione all’entrata in Damasco e le difficoltà per integrarsi nella comunità. Da un lato Paolo “cercava di unirsi ai discepoli” per la singolare esperienza di conversione che aveva vissuto, la consolidazione di questo cambiamento nella sua vita e la fermezza della sua persona.
D’altro lato “tutti avevano paura di lui, non credevano che fosse un discepolo”. Difficoltà più che comprensibile: passare da persecutore a discepolo e, più ancora, testimone della risurrezione, che, proprio essa era causa di persecuzione per i cristiani, non era un cambio da poco.
Le domande che, sicuramente, si saranno poste erano: sarà che la conversione è semplicemente una tattica per meglio raggiungere l’obiettivo persecutorio? Sarà un fuoco di paglia, qualcosa di momentaneo, senza spessore e consistenza, e poi Paolo tornerà ad essere quello di prima? Insomma sono molti i dubbi, che in circostanze come questa, motivano perplessità e sospetto.
La mediazione di Bàrnaba, che racconta come Paolo si espose, con coraggio, nella sua predicazione pubblica in Damasco, apre il cammino all’accettazione di Paolo. Gradatamente la fiducia prendeva piede nella comunità che vedeva come Paolo “andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore”.
“Parlava e discuteva con quelli di lingua greca”, quindi a greci convertiti al giudaismo? Quale sia la causa per cui arrivarono ai ferri corti, al punto che “questi tentavano di ucciderlo”, il testo non lo dice. Predicava ciò che nelle sue lettere sarà sviluppato molto chiaramente: che la salvezza dipende dalla fede in Cristo e non dalla Legge mosaica.
Si può capire lo sconcerto e la reazione di chi percepisce che non è servita a nulla la conversione dal paganesimo al giudaismo. Di fatto la tensione divenne pericolosa al punto che “i fratelli lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso”.
Da parte di Paolo, non essersi scoraggiato né lamentato per il sospetto e la sfiducia della comunità nei suoi confronti ma, al contrario, aver predicato con coraggio e audacia, esponendosi anche al pericolo di perdere la propria vita, testimonia la solidità e la consistenza della sua conversione.
In effetti, Paolo è uno che teme Dio, ossia una persona determinata e sinceramente dedicata alla causa di Dio. La sua scrupolosa osservanza della legge mosaica fa di lui un soggetto intollerante verso tutto ciò che alteri o deformi il cammino della salvezza, con predicazioni e proposte ritenute inopportune, se non false. Ecco l’origine del suo zelo nel perseguitare, in un primo momento, i cristiani.
Lo stesso zelo lo caratterizza anche dopo il mutamento della sua vita, con l’evento della conversione alla porta di Damasco, quando si rese conto della portata e del significato della morte e risurrezione di Cristo per lui e per tutta l’umanità. Fu una svolta radicale, e lo zelo prese ancor più consistenza e forza, al punto di rischiare, con grande coraggio e audacia, di perdere la propria vita.
Il suo modo specifico di essere, la sua personalità, fa di lui un apostolo di grande importanza. Lo dimostrano la sua attività pastorale, gli scritti ed il suo dedicarsi alla causa di Cristo, che risalta per l’audacia e l’intelligenza del servizio.
Nel mezzo di questo singolare avvenimento “la Chiesa era in pace (…) si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero”. E’ un breve riassunto, entusiasta, della situazione della chiesa in Palestina. In verità, fra le comunità esistevano, comunque tensioni, incomprensioni e difficoltà di ogni genere, come lo stesso libro degli Atti registra.
Si tratta di una crescita non solo quantitativa ma qualitativa. Il riferimento al timore del Signore e allo Spirito Santo, induce a pensare non solo a un maggior numero di aderenti, ma anche alla migliore e più profonda comprensione degli effetti della morte e risurrezione del Signore, dell’immersione nell’amore di Dio, presupposto necessario per vivere il comandamento dell’amore come Gesù insegnò con la sua parola ed esempio. Continua a leggere
Commento alle letture: IV DOMENICA DI PASQUA -B- (29-04-2012)
a cura di P. Luigi Consonni
1a lettura (At 4,8-12)
Il testo riporta la replica di Pietro davanti al Sinedrio – la massima autorità della nazione – generata dall’accusa di aver curato il paralitico in nome di Gesù. Il nome, in quell’epoca e in quella cultura, era l’espressione della realtà più vera e profonda della persona. Agire in “nome di” era segno di partecipazione e sintonizzazione con tale realtà.
L’aver guarito lo storpio fin dalla nascita “nel nome di Gesù Cristo il Nazareno” significava, pertanto, professare la propria fede, sintonia e discepolato con colui “che voi avete crocefisso e che Dio ha risuscitato dai morti”. Manifestare quest’adesione determinava l’esporsi, in modo molto compromettente e audace davanti a coloro che, poco più di cinquanta giorni prima, avevano condannato Gesù alla croce, come blasfemo e senza Dio.
Ancora peggio: Pietro rincara la dose citando le parole della Scrittura e additando Gesù come “la pietra che è stata scartata da voi, costruttori, e che è divenuta la pietra d’angolo”. E’ una svolta a centottanta gradi, assolutamente inaccettabile e impensabile da parte delle autorità. Tutto ciò risultava assurdo e risuonava come bestemmia alle loro orecchie.
Pietro stava rischiando la stessa sorte del maestro. Forse la sorpresa e lo sconcerto del miracolo, l’evento annunciato e divulgato della risurrezione di Gesù e la fermezza delle parole di Pietro, così come il coraggio e la determinazione nella comparazione su accennata, devono aver agito come un deterrente nel procedere a un’altra condanna.
Questo offre un’idea della portata, in lui e negli altri, riguardo alla comprensione dell’evento della risurrezione e, di conseguenza, della missione e della persona di Gesù stesso. Si è aperto un orizzonte inimmaginabile in termini di conoscenza e di atteggiamento davanti all’autorità suprema della nazione. Tutto ciò perché “colmato di Spirito Santo”.
Il coraggio e la forza argomentativa, per opera dello Spirito, derivano dall’aver percepito che “In nessun altro c’è salvezza; non vi è, infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati”.
La salvezza era attesa come il più grande dono con l’arrivo del Messia, come inizio della nuova umanità, come ultimo e definitivo intervento di Dio, come il bene individuale e sociale per il quale investire la vita e tutti i beni. Era il senso ultimo dell’esistenza.
L’aver percepito, con la risurrezione dai morti, il farsi della salvezza nella persona e nell’opera di Gesù, l’essere partecipi di essa gratuitamente e percepirsi giustificato, davanti a Dio Padre, del peccato d’incredulità, sfiducia e abbandono del Figlio, sentirsi riammesso alla piena comunione con Dio e partecipe della vita divina, è stata una trasformazione assolutamente inaspettata. Si tratta, infatti, del nome nel quale “è stabilito che noi siamo salvati”.
La trasformazione motiva e sostiene nell’apostolo la capacità di affrontare, a viso aperto, le autorità, costi quel che costi. Si manifesta, in tal modo, la forza e il potere della risurrezione, con la capacità miracolosa di trasformare l’essere di ogni persona, in virtù dell’apertura del cuore e dell’intelligenza all’opera realizzata da Gesù a favore di essa e di tutta l’umanità.
Quello che Gesù operò, e opera nell’oggi – per la fede, negli effetti della sua mediazione e rappresentanza – nel mondo interiore e nella profondità dell’essere di ogni persona è il miracolo che merita più attenzione rispetto a ciò che la risurrezione ha realizzato nel suo corpo, anche se, senza dubbio alcuno, è di grande importanza investigare cosa sia successo realmente in lui, per l’esigenza di plausibilità della fede. Continua a leggere
Commento alle letture: III DOMENICA DI PASQUA -B (22-04-2012)
a cura di P. Luigi Consonni
1a lettura (At 3,13-15.17-19)
Pietro afferma esplicitamente di sé e dei discepoli, riguardo all’evento di Gesù Cristo, “noi ne siamo testimoni”. Essi trasmettono la verità rispetto al loro coinvolgimento nella vita di Gesù, della sua morte e risurrezione.
L’evento della risurrezione, nel quale sono stati coinvolti e immersi, costituisce il maggiore sconcerto che essere umano possa sperimentare, anche per tutto ciò che l’ha preceduto. Il crocefisso, il maledetto da Dio – tale era considerato chi era giustiziato -, si presenta come il vivente per opera di Dio stesso. Da blasfemo e condannato a veritiero e salvatore di tutti.
Non si tratta dell’apparizione di un fantasma, di un’illusione collettiva, della rianimazione di un cadavere né di reincarnazione, ma di un singolare riscatto della vita corporale, trasformata, perfezionata e ristabilita dalla presenza e dall’azione dello Spirito Santo.
In effetti, in Pentecoste, i discepoli presero coscienza e compresero la portata e il significato della risurrezione. Fu anche il passaggio dalla paura e dallo sconcerto – si erano barricati nel cenacolo temendo ritorsioni, non sapendo come spiegare quanto successo dal venerdì alla domenica di risurrezione – al coraggio e all’audacia sorprendenti.
Lo si percepisce dalle parole di Pietro che si rivolge alle autorità e al popolo: “avete rinnegato il Santo e il Giusto (…).Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti”. In tal modo, Dio ha sovvertito il loro giudizio sulla persona e sulla missione di Gesù: da bugiardo e blasfemo diventa colui che giustifica davanti al Padre quegli stessi che lo stanno ammazzando e tutti gli uomini che crederanno in lui, nel suo insegnamento e nella sua pratica.
Nonostante tutto, nella parte che segue, Pietro attenua la loro colpevolezza “io so che avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi”. In un certo senso sta proiettando su di loro quello che è successo a lui e agli altri la notte del giovedì santo. La propria esperienza, accettata coscientemente e con umiltà, permette di comprendere il vissuto fallimentare degli altri. Continua a leggere

Commento alle letture: ASCENSIONE DEL SIGNORE -B- (20-05-2012)
a cura di P. Luigi Consonni
1a lettura (At 1,1-11)
L’autore del libro degli Atti è l’evangelista Luca. Per questo motivo inizia dicendo “Nel mio primo libro”; infatti esso è la continuazione del vangelo e racconta l’azione dello Spirito Santo nella diffusione dell’annuncio evangelico ed il sorgere delle prime comunità nel mondo allora conosciuto.
Nel periodo che va dalla risurrezione all’ascensione (40 giorni è un numero simbolico e sta ad indicare un tempo prolungato) Gesù parlò ai discepoli “delle cose riguardanti il regno di Dio”. Non accenna alle sue vicende personali, all’ingiustizia che ha subito, alle sofferenze, all’abbandono dei discepoli, al tradimento e rinnegamento di Giuda e di Pietro… ma solo della finalità della sua missione: il regno di Dio.
Non c’è parola di critica, lamento, rimprovero rispetto all’ingratitudine del popolo e dei discepoli. La preoccupazione è che questi capiscano la dinamica del farsi del regno di Dio. E’ ammirevole il distacco da se stesso dal punto di vista umano e si rivolge ai discepoli come se niente di speciale fosse accaduto, nonostante il trattamento ricevuto. Non è alterato il suo rapporto con i discepoli né con il popolo e la sua missione sta arrivando al punto finale, in relazione alla sua presenza fisica nel mondo.
Il tema del regno era particolarmente importante, è il motivo centrale della missione di Gesù e costituisce il motivo per il quale i discepoli lo seguirono. Quello che loro – i discepoli – aspettavano non coincideva con l’azione del Maestro, e allora pongono la domanda: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno d’Israele?”. Probabilmente si aspettavano che l’agire di Cristo fosse in sintonia con la predicazione del Battista, o della tradizione religiosa, e che annunciasse la purificazione del popolo e l’instaurazione di un nuovo regno che escludesse i romani…
Ma gli apostoli avevano capito poco della predicazione di Gesù a questo riguardo. Anche se la presenza dello stesso Risorto li lasciò stupefatti e sconcertati, il legame di tutto ciò con il regno era per loro oscuro. Gesù non si sorprende; spiega loro qualcosa di più specifico al riguardo. Sa che non hanno la capacità di comprendere – lo capiranno solo con l’invio dello Spirito Santo – e quindi risponde loro con molta semplicità: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato al suo potere”. E’ qualcosa strettamente legato al mistero di Dio e al potere del Padre.
Nonostante tutto li rassicura loro che l’evento del regno crea un rapporto con loro per mezzo dello Spirito “ma riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”.
Lo Spirito farà di essi lo spazio, il mezzo e l’opportunità per chi si avvicinerà, ascolterà la loro parola e imiterà il loro esempio, per scoprire la presenza del regno di Dio nel vissuto personale e nei rinnovati rapporti sociali, in sintonia con l’insegnamento di Gesù Cristo.
“Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”: In questo istante si afferma l’universalizzazione della missione del Cristo. Egli arriverà fino ai confini della terra, per mezzo dell’azione missionaria dei discepoli. La missione si estenderà fino al ritorno dello stesso Signore, che segnerà la fine dei tempi.
L’urgenza e la determinazione alla missione sembra risiedere nel commento dei due personaggi in bianche vesti: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?”. Perché costoro non li chiamano apostoli, discepoli, seguaci, o altro che avesse rapporto con Gesù Cristo, ma fanno solo riferimento alla loro terra d’origine? Forse il riferimento all’origine serve a porre l’accento sul fatto che, con l’evento di Cristo ed con l’essere chiamati a testimoniarlo, nulla è perso di quello che si era, ma tutto è rinnovato e assunto in una nuova realtà che fa dell’amore, che Gesù ha insegnato, l’elemento di trasformazione e rigenerazione delle proprie origini. Continua a leggere→